Detto tra noi

In lode di Nicola Mingazzini

sabato, 12 maggio 2018, 10:12

di fabrizio vincenti

Passano gli anni e molti di voi si continuano a chiedere perché le interviste ai calciatori sono cariche di retorica, a volte di banalità. Gruppofantastico. Ilmistercispronasempre. Ripartiamoatestabassa. Comequinonsonostatodanessunaparte. Hoaccettatosenzapensarciduevolte. Frasi trite e ritrite. In un mondo sempre più di plastica, i calciatori non fanno eccezione e con il loro campionario di frasi quasi imparate a memoria sin dalle prime interviste regalano ben poche emozioni. Ancora meno spunti di riflessione. E' come se avessero inserito la modalità on, a cui, va detto, spesso anche gli operatori dell'informazione non fanno che adagiarsi in un teatrino dell'ovvio. Personalmente sono poche le volte in cui abbiamo trovato giocatori in grado di andare oltre l'abc nelle interviste. Di farci emozionare e riflettere. Di avere il coraggio di dire cose non scontate, anche fossero amare. Uno di questi è Nicola Mingazzini, la cui presenza in sala stampa non è mai stata banale. 

Qualcuno può pensare sia frutto dell'esperienza e delle categorie in cui ha giocato: crediamo sia semplicemente carattere. Quel carattere che  Mingazzini, da quando arrivò nell'ormai lontano autunno del 2014, portato, insieme a Beppe Di Masi, da Giovanni Galli, non ha mai smesso di dimostrare. In campo e fuori. Basti ricordare che nella disgraziata stagione con quattro cambi in panchina (Baldini-Lopez-Baldini-Galderisi) finì fuori rosa per qualche tempo perché non le aveva mandate a dire. Carattere e tecnica anche in campo, vederlo giocare è stato un onore per una piazza da sempre dal palato fino, anche mentre era costretta a vestirsi come i barboni e dormire nei cartoni delle serie dilettantistiche. 

Il Minga, quasi cento presenze nei quattro anni in rossonero, nel corso dei quali ha vinto anche un'edizione del Gazzettino d'argento, come giocatore con il voto medio stagionale più alto, ha aggiunto un'altra casella alla ultracentenaria storia della Lucchese. A noi resteranno per sempre impresse due immagini di questo centrocampista dal piede buono ma anche capace di randellare.

La prima, più recente, a Bergamo, quando mister Lopez, con la Lucchese letteralmente ai paletti nella gara play off con l'Albinoleffe, lo buttò in campo, sia pure in precarie condizioni fisiche, a pochi minuti dalla fine mentre veniva difeso a denti stretti e con il coltello in mano lo zero a zero che avrebbe voluto dire accesso ai quarti di finale. Fu splendido per lucidità, tempismo, senso della posizione, carisma. Quello zero a zero fu frutto anche di alcuni suoi interventi decisivi. 

Ma il ricordo indelebile è a Livorno. Settembre 2016, con la Lucchese, dopo una vita contro gli amaranto, in piena crisi e con mister Galderisi a un passo dall'esonero. In una domenica sporcata da una vergognosa campagna stampa (e politica) contro i tifosi rossoneri, Mingazzini raddrizzò la gara a una manciata di minuti dalla fine, quando la rete di Venitucci sembrava ormai dovesse segnare l'ennesima sconfitta immeritata. E invece ci pensò lui, con un tiro da fuori in cui c'è la sua firma: senso della posizione, precisione e intelligenza. E poi la corsa sfrenata a abbracciare tutti, a partire dal tecnico, con i tifosi impazziti sugli spalti. Che bellezza, un'emozione che ci travolse in tribuna stampa. Gli urli non furono contenuti, troppa la rabbia e la tensione repressa.

Solo dopo ci rendemmo conto di essere fuori casa e in un derby acceso. Ma non ci furono conseguenze, nessuno ebbe da ridire, in tribuna nessuno fiatò. Anzi, uno steward, con la solita ironia scanzonata labronica, ci incrociò lo sguardo dicendoci: "Deh, e se dura un artro po' vincete pure...". Altro stile rispetto a vicine piazze dove si rischia solo a respirare senza la cadenza indigena. Anche per quell'emozione, grazie Nicola. Con l'augurio che possa rimanere ancora a lungo in rossonero. Di persone non banali ce n'è un gran bisogno. 

 


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