Rubriche : romanzo rossonero

La Capra e la Pantera

martedì, 12 febbraio 2019, 12:05

di simone pellico

In curva sventola una bandiera azzurra, un pezzo di mare solcato da lettere dorate. Non è quella lucchese, l’animale araldico che la domina non è la pantera ma una capra. Una capra d’oro, simbolo della fatica che eleva. “Chi di tal blasone si fregiò, fece conoscere che il suo animo era dedito alla fatica, e che con gloria aveva cominciato a salir i gradini della lode, per essere quella la madre delle sue imprese”. La capra che allattò Zeus, Amaltea, codificata nelle stelle del Capricorno. La fatica e l’abbondanza, la capra e le sue corna da cui nacquero le cornucopie. Difesa e attacco, stasi e movimento. La capra greca reincarnata romana, quando Giulio Cesare fondò Pietas Julia, quando Augusto arrivò al Quarnaro e creò la Decima Regio Venetia et Histria. Haec est Italia Diis sacra. Perché sul pezzo di cielo sbandierato nel cielo del Porta Elisa, non c’è scritto Lucca, ma Istria. Oggi infatti è il 10 febbraio, giorno del Ricordo. 

Si ricordano gli italiani che l’Histria l’hanno lasciata su di un carro, insieme alla loro vita dentro a scatole di legno, insieme a secoli di storia dentro a scatole di legno. L’anima in spalle, il vuoto nello stomaco come una galleria che più che percorrere sarà percorsa. Dai ricordi, dai rimpianti, dal dolore. Poche speranze passeranno da quella frontiere. Gli occhi rivolti al punto in cui il cielo e il mare si uniscono e si riflettono sulle montagne. L’ultimo bacio alla terra rossa istriana. L’ultimo riflesso dorato della capra totemica, simbolo di fatica e ascesa. Il carro che abbandona la propria casa è atteso però da fatica e discesa. Ancora un giro di inferno. 

Il carro lascia le montagne e le loro vette. Lascia la terra rossa mangiata dalle bocche depresse. Lascia i fratelli e le sorelle mangiati dalle foibe. Buchi nella superficie liscia delle cose. Vuoti che non renderanno più coloro che ci sono caduti. Caduti vivi o morti. Con una pallottola in testa o solo legati al primo della fila, al primo vagone dei treni umani entrati in galleria e mai più usciti. La ruota della storia che si ferma su di una casella nera, sull’orrore senza palpebre. Puoi credere al futuro se hai visto uccidere i tuoi genitori, violare tua sorella, mutilare tuo fratello? Puoi credere agli uomini se hai visto italiani tradire italiani, aprire le porte ai partigiani titini, consegnargli i compagni di scuola, i compagni di vita, chi ti spingeva sull’altalena quando la terra era rossa d’amore e non di sangue?

La capra istriana stravolta in capro espiatorio. Non è facile capire la tua colpa, quando questa riguarda la tua essenza. Essere italiano. Crollato il confine orientale, in quella terra di nessuno fra la fine di una guerra e l’inizio di qualcos’altro. Quel limbo dove si consente al lupo di mangiare l’agnello. Dove si consente di organizzare e attuare una pulizia etnica perché difendere costerebbe di più. Perché a denunciare si rischierebbe di più. Quando il silenzio è d’oro perché retribuito. Le foibe sono la migliore metafora della carneficina silenziosa. Gli italiani sono come inciampati, scomparsi nel nulla. Chi può dire che sia successo, se la terra non parla, se i superstiti puoi zittirli, se il silenzio diventa il patto comune fra slavi e italiani in nome del comunismo?

Il carro lascia i ricordi felici ma si porterà dietro l’orrore della mattanza. Davanti a sé il braccio di terra italiana che gira intorno allo specchio di mare. Da casa a casa, dovrebbe essere. Come cambiare semplicemente stanza o cortile. Come si correva prima fra i ciottoli da una famiglia all’altra, prima dei tradimenti, prima degli omicidi. Ma dall’altra parte aspettano i complici della mattanza. I compagni non di viaggio ma di partito, che dopo vent’anni di impotenza finalmente possono tornare a intonare la propria musica. Il proprio inno anti italiano. Così il carro, trascinato sulla terra o fuoriuscito da una stiva, scappato dal nemico trova il nemico ad aspettarlo. Chi lascia la terra rossa, dall’altra parte trova la feccia rossa. Trova gli insulti, trova il razzismo verso i propri fratelli. Non sono Abele scampato a Caino, sono Adamo ed Eva scappati dal paradiso terrestre socialista. Colpevoli di non essere rimasti a farsi ammazzare, o sperare in una vita da schiavi. Non più sotto le stelle del Capricorno, ma sotto la stella rossa.

Gli esuli istriani, e fiumani, e dalmati. Gli esuli italiani. Sono tele strappate che si sono ricucite da sole. Come le maschere fatte per i mutilati della prima guerra mondiale. Maschere che servivano a ridare loro l’idea di un volto e di una vita. Una toppa decorata sopra il buco. Così gli esuli hanno colorato con la loro vita il telo steso sopra la fossa comune, sopra la fotografia di famiglia che sembra ormai un reperto archeologico. Che si è sbiadita alla luce del tempo. Hanno usato i colori del silenzio e del ricordo, hanno affrontato una delle più grandi ingiustizie che il nostro popolo abbia dovuto subire. Hanno dovuto affrontare l’orrore e il tradimento, e poi l’oblio forzato. Quasi a scusarsi di essere sopravvissuti. A dover tacere per non essere ancora perseguitati dagli agenti di Tito con passaporto italiano. Un silenzio durato decenni, una vergogna che rimarrà appuntata sul petto della Repubblica per sempre. Perpetuata ancora oggi dai nipoti dei traditori. 

Il vaso di Pandora dei ricordi è però stato aperto. Nonostante i tentativi maldestri di negazione e revisione della storia, il quadro è diventato nitido. I fuochi accesi non si spegneranno, come non si sono spente le fiamme degli esuli. Nè il tempo, né la pioggia hanno potuto. La capra dorata sventola e svetta ancora, un lembo azzurro sul grigio del passato, sul grigio dei gradoni della curva, sul grigio di Lucchese - Gozzano. Ma oggi la partita non importa, la pantera si inchina alla capra e le sussurra: io non scordo.



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