Mondo Pantera

Daniele Di Piazza: "La Lucchese: compagna fedele di tutta la mia vita"

sabato, 12 maggio 2018, 15:03

di daniele di piazza

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'emozionante racconto di Daniele Di Piazza, storico tifoso della Lucchese, che ripercorre la propria vita al seguito della Pantera. 

Nasco nel lontano giorno di befana del 1966 all'ospedale Campo di Marte dove vengo, come si usava a quei tempi, battezzato dal frate ultras di quei tempi che ogni domenica era presente sugli spalti del Porta Elisa a tirare qualche cane agli avversari, piuttosto che una preghiera, probabilmente in quell'acquasantiera non c'era acqua benedetta di nostro signore ma essenza di Lucchese Libertas che mi viene imposta e che sarà compagna fedele di tutta la mia vita.

All'età di circa 6 anni abito a Ponte all'Abate, provincia di Pistoia, dopo aver vissuto i miei primi 4 anni in città in via dei fossi, ho un padre a cui della Lucchese non interessa niente, a lui interessa la carriera sul lavoro, lavorare sul lavoro e lavorare quando è a casa, non conosce altra cultura se non quella del lavoro, però  ho' un nonno che è il mio idolo, nonno materno, che abita a Lucca, in via del Battistero, fa’ il fornaio, un forno che non ricordo se esiste più, era all'angolo delle quattro strade di fronte alla Madonna dello Stellario, nell'anno 71-72 inizia il sabato con la sua lambretta a venirmi a prendere per portarmi a dormire da lui in città, ricordo i sabati pomeriggi passati a giocare a pallone sui pratini dietro San Martino, il catechismo a Lucca in via San Paolino, chissà quanti vecchi tifosi di oggi, bambini di allora, ho conosciuto, ma la storia più bella è che la domenica dopo pranzo monto sulla canna della bici con in sella mio nonno e da via del Battistero, Piazza Bernardini, Piazza Colonna Mozza, Porta Elisa, si va verso lo stadio, quelle strade ancora oggi quando mi trovo a passarci in certi momenti mi fanno venire la pelle d'oca.

Ricordo il risultato della prima partita a cui assisto, è uno 0 a 0 con una squadra con la maglia rosa campionato 71-72, il nome non me lo ricordo, sono stato convinto per decenni che fosse il Seregno, ma a ricerche poi fatte sembrerebbe risultare il Riccione, ma poco cambia, ricordo una gradinata stracolma, io a “capillucciori” di mio nonno e un’atmosfera che a dir poco mi affascina e forse marchia definitivamente la mia vita, sento quelle vibrazioni che non si possono spiegare e non si possono capire se non si provano, quindi chi non capisce non si sforzi di capirle, è come se mi rendessi conto che quel luogo, quella maglia saranno il luogo simbolo della mia vita e mi accompagneranno verso il percorso di crescita personale. E se la Lucchese giocava fuori casa? In quel caso era d'obbligo verso le 17/17:30 correre in Piazza Grande alla sede della Nazione ad attendere che al vetro esponessero la lavagnetta con il risultato e i marcatori della Lucchese e i risultati delle altre e perdersi ad aspettare l'ora di cena a commentare con i tanti tifosi presenti, il patto con mio nonno era: "se ha vinto la Lucchese o pareggiato ti compro la cioccolata calda all'Astra" quindi a maggior ragione avevo interesse a tifare la Lucchese, ma il bello era che se la Lucchese aveva perso ed io ero sconsolato per la Lucchese e la cioccolata calda persa, finivamo lo stesso al bar Astra a farci una cioccolata calda. Purtroppo perdo presto, troppo presto, mio nonno Nello, il mio idolo, lo perdo nel ‘76 quando io ho 10 anni e per me è un vero e proprio trauma, ma davanti a lui in fin di vita giuro che avrei continuato a seguire la Lucchese e avrei trasmesso ai miei figli la solita passione. Dal ‘76 passano 3 o 4 anni dove per me è impossibile seguire la Lucchese, mio padre è inflessibile il sabato e la domenica c'è da sistemare casa nuova a Gragnano e quindi via di calcina da impastare e paioline di cemento e calcina da trasportare su' per le scale a spezzarmi la schiena, nasce così un rapporto abbastanza conflittuale tra me e  mio padre e la Lucchese, finché in adolescenza inizio a ribellarmi e liberarmi le prime domeniche pomeriggio che dedico totalmente alla Lucchese quando gioca in casa. Ricordo benissimo che senza un becco di un quattrino scavalcavamo i cancelli della gradinata e spesso venivamo bloccati da un addetto della Lucchese di cui non ricordo il nome ma mi ricordo il particolare che zoppicava, aveva una gamba più corta e il bello è che 8 volte su 10 ci rincorreva e ci pigliava, poi due scappellotti e ci lasciava guardare la partita. Ricordo i miei diari di scuola pieni di appunti sulla Lucchese, ricordo che non riuscivo a disegnare la mano con la chiave inglese strinta nel pugno, simbolo dello striscione ultras, mi ricordo la scritta p.38 sul muro della gradinata che sapevo una pippa io che volesse dire, ma mi faceva sentire adulto scriverlo, mi ricordo tutti i cori scritti e tutti i risultati appuntati, un peccato oggi averli persi, in quei tempi inizio anche qualche trasferta, una in particolare segnerà la mia vita, sempre in lotta con mio padre. Una domenica pomeriggio c'è Pisa-Lucchese, mio padre mi consegna mille lire, che la domenica mattina dalle 7 mi ero guadagnato a impastar calcina e portar su paioline e mi dice: "vai dove ti pare, ma se so che sei andato a Pisa a vedere la Lucchese sei finito". Naturalmente con mille lire non mi ci incastra prendere il pullman da Gragnano a Lucca, poi pagarmi il biglietto del treno da Lucca a Pisa e ritorno e comprarmi il biglietto per lo stadio, però i biglietti del pullman e del treno sì e quindi intanto andiamo a Pisa, poi là si deciderà sul momento e infatti decidiamo di scavalcare senza biglietto. Naturalmente veniamo beccati e consegnati alla polizia, la quale in quanto abbondantemente minorenni ci vuole riconsegnare in mano ai genitori, quindi col il numero di telefono della mia vicina di casa, perché a quei tempi non avevamo il telefono, chiamano mio padre il quale era sicuramente indaffarato in qualche lavoro di casa che bestemmiando deve lasciare per partire in auto per Pisa a venirmi a prendere. Le scene ve le racconto per farvi sorridere, arriva in questura e mi abbraccia, il mio bimbo qui, il mio bimbo là e io resto di sasso, confesso che non sapevo se aver più paura di passare una notte in carcere o affrontare mio padre. Partiamo in auto e mio padre zitto, io figuriamoci se parlo, mai stuzzicare can che dorme, viaggio infinito arriviamo a casa, mio padre scende io lo seguo a un paio di metri di distanza, in sicurezza garantendomi una via di fuga. Arrivati alla porta me la vedo chiudere in faccia e pacatamente mi sento dire: "casa tua è il fienile, io per un'po' un ne vo' più sapere di te, su ci trovi i libri di scuola, un cantuccio di pane, una bottiglia d'acqua, le balle di fieno, un cuscino e una coperta e domattina a scuola”. Va beh, tutto lì?  Bada culo che ho avuto, quindi mi avvio nel fienile pensando a cosa? beh ovviamente pensando la domenica dopo contro chi avrebbe giocato la Lucchese e il modo per andare a vederla, imparando che nella vita nessuno può obbligarti a rinunciare ai tuoi sogni e a ciò che ami e fortemente vuoi.

Passano gli anni e l'amore per la Lucchese resta e un sabato pomeriggio di marzo dell'anno 1984 due amiche di Roberta mi fermano in Fillungo e, come si diceva a quei tempi, mi dicono: "a Roberta garbi, si vorrebbe mette con te, vieni domani al Golden Boy a Papao". “Domani al Golden Boy a Papao? Ma domani alle 14 e 30 gioca la Lucchese c'è il mio idolo Pasqualino Minuti, facciamo così, diteni a Roberta che se mi vole verso le 17 sono al Golden Boy, prima c'è la Lucchese e quella viene prima di tutto, se mi aspetta diteni che mi garba anche a me e mi ci metto volentieri”. Fatto sta che trovo Roberta ad aspettarmi dopo la partita e io inconsapevolmente qual sabato lì ho messo la prima pietra miliare dell'addomesticamento, il marchio d.o.p. la certificazione del fatto che nella mia vita la Lucchese avrebbe sempre avuto il ruolo di fede assoluta da tenere sempre in considerazione in tutte le scelte della vita.

Sopraggiunge l'anno di militare fatto prima a Falconara marittima e poi a Casalborsetti, un poligono di tiro vicino a Ravenna. Con i commilitoni parlo sempre di Lucchese, tanto che conservo sempre la foto di un grandissimo ultras della Roma scattata in curva sud prima della finale di Coppa dei campioni Roma-Liverpool in cui dietro c'è una dedica con su scritto: “mi auguro che un giorno tu possa vivere con la Lucchese ciò che vivo io stasera, te lo meriti troppo". Finito il militare a gennaio ‘86 si torna a casa e in estate a luglio sui terreni della festa del baccalà ad Anchiano, faccio il baccalà e inizia l'avventura SARA, 19 anni io che lavoro a turni dal venerdì al sabato mattina, senza soldi fino ad allora guadagnavo 55 per spenderne 600, 19 anni ancora da compiere Roberta, due bambini che si trovano davanti il fatto di dover diventare adulti e genitori di colpo, ma niente spaventa matrimonio a novembre di sabato, senza sfarzi, pranzo fatto in casa perché non c'erano soldi, viaggio di nozze fatto solo 25 anni dopo perché non c'erano soldi, unico festeggiamento il fatto che la Lucchese la domenica giocava in casa e unico diversivo a quella vita di sacrifici la Lucchese la domenica da tifare.
La bimba cresce, i problemi aumentano e quindi mi capita l'occasione della cartiera, si va' a guadagnare 300/400 mila lire in più, è vero si lavora i sabati e le domeniche, ma tanto per la Lucchese una soluzione si trova. È ottobre ‘88 quando entro in cartiera, campionato 88/89 per i più distratti quello della promozione in B, quindi lascio pensare a voi quello che ho combinato al lavoro pur di esserci allo stadio. A quei tempi chiedere un giorno di ferie la domenica era come chiedere al capofabbrica se ti faceva trombare la mamma, comunque tra ferie pietose con scuse di funerali imperdibili, cambi di turno con i colleghi, qualche mutua farlocca, non mi perdo nemmeno una partita di campionato e l'immagine più bella che ho della promozione è SARA con un vestitino rossonero cucito da una zia di Roberta che faceva la sarta con la stoffa avanzata di una bandiera.

Gli anni della B SARA cresce e nonostante le furibonde, tanto per cambiare, liti con mio padre che non voleva la portassi allo stadio, inizio la mia storia di Lucchese, il mio/nostro percorso con SARA, un pacchettino di patatine, una bottiglina di aranciata, cappellino rossonero in testa, sciarpetta al collo e via questa bambina a tifar Lucchese e come gli garbava e se una domenica non ce la portavo broncio per tutta la settimana. Il nostro posto in curva era lato gradinata, al terrazzino dove mettevano lo striscione "Spianate" pensate che io in quella zona non riesco più a starci e nemmeno a passarci, troppi ricordi ed emozioni forti mi scatena, il rapporto con SARA è spettacolare e io ho realizzata quella promessa fatta a mio nonno più di 20 anni prima. Passano gli anni, successi praticamente nulli, ma fede e passione che non scema di un millimetro. Arrivano gli anni di Fouzi, SARA si fidanza, io inizio a organizzare trasferte con gli amici con tavolini da picnic al seguito e sane mangiate in giro, celeberrime sono le mie liti settimanali con SARA a tavolino, io non sono tanto amante di Carruezzo, traviato da Fouzi e quel sogno per lei invece è l'idolo assoluto, il Dio del calcio, non esiste un calciatore o una squadra di serie A, esiste solo Carruezzo e quindi guerre e urli a tavolino con la povera Roberta a far da mediatrice, ma poi tutto finiva sempre a tarallucci e vino e a domenica dai che si vince. A proposito di Carruezzo, che nel 2007 aveva lasciato la Lucchese, non dimenticherò mai la sua presenza al funerale di SARA.

Purtroppo poi arriva quel funesto 21 luglio 2007, io in verità già fantasticavo sul passo successivo, cioè i figli di SARA da portare allo stadio e far innamorare della Lucchese e invece arriva quella mazzata, SARA non c'è più, che facciamo molliamo o raddoppiamo? Che domande? Nella vita si raddoppia sempre chiunque sia che si prende la briga di decidere il tuo destino dovrà avere la sfortuna di trovare uno che più colpi riceve e più si rialzerà, chi vorrà abbatterti dovrà essere di livello mondiale perché te non cederai mai,  la sua vittoria avverrà solo con la tua morte perché, finché avrai un filo di fiato, lo userai per combatterlo.
Dopo due giorni dal funerale ci rechiamo a Pievepelago nel ritiro della Lucchese, ci accolgono commossi l'allora mister rossonero Piero Braglia, il vero capitano Antonio Magnani e passiamo un paio d'ore in albergo a parlare, perché si riparte da lì, dall'unica certezza della vita che possa distrarti e risollevarti, la As Lucchese Libertas 1905. A settembre inizia il campionato, c'è Lucchese-Crotone, lo striscione "Sara con noi" in gradinata, Pacciardi spezza il ginocchio di Antonio Magnani il quale a fine partita viene a donarmi la sua maglietta che oggi si trova a Madrid nelle mani di una ragazza che considero la nostra bimba.
L'affetto di quei giorni della Lucchese, della gente di Lucchese è inspiegabile, è un oceano di forza e positività che è fondamentale e primaria per la nostra esistenza. Pensate che un giorno all'obitorio le maestre delle elementari di Sara, riconoscendomi, mi raccontarono che ero l'idolo di Sara che a scuola parlava sempre di me e di quando la portavo a vedere la Lucchese, tanto che mio padre, resosene conto arriva a chiedermi scusa del passato perché non immaginava che la Lucchese significasse tutto questo.

Arrivano i fallimenti, il primo nel 2008 traumatico ma non si molla di un solo millimetro, ogni volta si parte più determinati che mai, più sognatori che mai, non esiste barriera o motivo per cui si debba smettere di credere nella Lucchese. Sono anni che comunque per un tifoso vero sono ricchi di soddisfazioni, si vincono i campionati e si gode e niente importa se sono campionati minori, quando la tua squadra vince tu godi, non stai a pensare all'avversario o la categoria. Anni belli accompagnati dal coro della curva per SARA, poi purtroppo un nuovo fallimento, questa volta si riparte dall'eccellenza tre ricordi che metto nella top ten della mia vita dedicata alla lucchese: il primo il gol di Francesconi a Porcari, la mia Porcari, un gol dai mille significati, un gol che forse rappresentava in pieno la mia storia, un gol da lucciconi agli occhi, il gol del pareggio di angeli col Lammari, perché vedere la tribuna del Lammari esultare a un gol contro la Lucchese è stata la ferita sportiva più grande di sempre e l'unica volta in cui allo stadio ho perso veramente le staffe e il controllo di me stesso, quando due dirigenti della Fortis lucchese, in Coppa Italia, mi si rivolgevano contro dicendomi "voi falliti", la cosa più inaccettabile che un lucchese possa dire della Lucchese, la vittoria a Quarrata con il gol di Fedato resta una bella pagina macchiata però dalla fretta di troppi di correre al palazzetto per vedere il basket, come se la vittoria di un campionato fosse un evento in secondo piano. Poi arriva la D e il campionato 2013-2014 a livello personale, il campionato che sento più mio di tutti questi 46 anni di Lucchese, la storia della sciarpina di SARA donata a Casapieri alla quinta giornata di campionato e da lui portata con sé e appesa alla porta in ogni stadio frequentato. Correggio, che è inutile star qui a raccontare, e quel pensiero fisso a SARA e a nonno, le innumerevoli trasferte, tantissime al sud, la storia dello striscione a Taranto, gli amici di Nocera, gli attestati di stima ricevuti in ogni stadio insomma la Lucchese a me ha dato tanto, molto di più di quanto io abbia dato a lei. È stata la mia guida spirituale, la mia salvezza, la certezza della vita, mi ha insegnato anche ad odiare ma non odiare i tifosi avversari, mi ha insegnato ad odiare gli ipocriti, gli opportunisti, una buona fetta di stampa di cui non condivido la superficialità e su SARA ne ho avuta dimostrazione, mi ha insegnato a odiare i lucchesi che sputano sulla Lucchese, mi ha fatto diventare un uomo migliorabile anno dopo anno. Adesso inizia una nuova stagione fatta di sogni, io il mio sogno ce l'ho ed è quello un giorno di mettermi lassù in un angolino separato nella prima sfida di serie A, sereno a ripensare quando allo stadio eravamo in 500 e tutti ci prendevano in giro a riflettere su chi diceva che la Lucchese non lo divertiva. La nuova società non dovrà svenarsi e mettere a rischio il patrimonio personale perché so' quanto sia faticoso guadagnarsi la pagnotta, ma dovrà impegnarsi a fare le cose con la serietà e l'onestà più grossa che possa esistere, questo lo devono a quelli come noi, lo devono a chi come me non le manderà mai a dire e ci metteranno sempre e comunque la faccia, io spero, mi auguro, voglio che qualche giovane che leggerà questo scritto nella sua mente veda scattare quella molla che gli faccia intraprendere quel mio percorso che se oggi rinascessi rifarei tutto passo per passo senza il minimo rimpianto.


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