Detto tra noi

Chi si ferma è perduto

domenica, 26 maggio 2019, 17:26

di fabrizio vincenti

"Ogni tanto ricordati di respirare", ironizza bonariamente un collega in tribuna stampa. In realtà siamo in apnea dalla sera prima. L'idea di esorcizzare l'appuntamento di Cuneo con una serata in pizzeria con un gruppo di tifosi rossoneri che avevano accolto l'indomabile supporter del Portsmouth venuto per tifare Lucchese, dura giusto il tempo di mangiare una buona pizza. E di gustarsi la simpatia di Steve, nostalgico di un calcio che fu in Inghilterra e amico sincero della Pantera. "Mi ha mandato un messaggio con su scritto: venerdì vienimi a prendere all'aeroporto di Pisame... non posso mancare a Cuneo", spiega Stefano. E ora eccolo là mentre basta uno sguardo e un abbraccio, con il nostro inglese albertosordiano, per capirsi. Per capire che la Lucchese gli è entrata nel cuore. Come a tanti. Non passa giorno che non troviamo un messaggio di qualcuno che, da ogni parte d'Italia, incoraggia la squadra. Non abbiamo dubbi: questa squadra, dopo quella avvolta nella leggenda, di Orrico è quella che raccoglie la maggiore simpatia e continui attestati di ammirazione. A Roma, dieci giorni fa, un amico ci confidava: "La guardo fissa su Eleven, stanno facendo qualcosa di incredibile: è una storia che fa bene al calcio e a chi lo ama". 

Tutto vero. E forse anche per questo l'ansia ci avvolge più del solito, acuita da non avere accanto Diego che ci ragguaglia sullo stato d’animo dei rossoneri, lui che praticamente vive a gomito con la squadra giorno su giorno, che è un esempio per dedizione e serietà chi fa questo lavoro. E poi la Lucchese, incredibile ma vero, ha da perdere. La squadra che qualcuno da mesi,  a tutti i livelli, dà per spacciata è ancora viva. Lotta. Vince. Entusiasma. E rimane in corsa. Sì, a Cuneo, dopo il 2-0 dell'andata, c'è tutto da perdere. Lo leggiamo negli occhi di Mariano Bernardini che ancora non si dà pace per il fallo che gli è costato l'espulsione e che scandisce i minuti che lo separano dalla gara nell'antistadio. Non vuole sia l'ultima partita. Vuole, ancora una volta, percorrere senza sosta chilometri per il campo con una maglia rossonera indosso, vuole recuperare palloni, vuole aiutare i suoi compagni sino a che rivolo di fiato in corpo. Vuole continuare questa pazza, meravigliosa avventura. 

Lo vogliono anche i 500 tifosi che troviamo in autostrada, al grill, per strada, al parcheggio, fuori del Fratelli Paschiero. Volti noti, non manca praticamente nessuno. Tante donne, tantissimi bambini. Tantissimo amore per la Pantera che ha preso la forma di un tam tam: i biglietti sono andati via con una rapidità impressionante già nei primi giorni della settimana. Tutti sanno cosa sia questa partita. Tutti quelli che vogliono bene alla Lucchese non possono mancare. Oltretutto è il 25 maggio. Una data che parla da sé. Che dice tutto. E che ci riporta a un altro 25 maggio. Quello del 1986, quando a Civitavecchia la Lucchese di mister Melani, di Tano Salvi, di Walter Casarotto, di Alberto Dal Molin, di Luciano Fusini (che non passa quasi giorno senza postare, a distanza di una vita, qualcosa della Pantera) tornò in C1 in una giornata di caldo africano illuminata da un sole che in riva al mare accecava. Era il primo campionato di Egiziano Maestrelli che impazzì di gioia in mezzo al campo. La storia di un amore di una vita stava solo iniziando. 

Oggi è tutto diverso. Oggi non abbiamo Maestrelli. Oggi non abbiamo nessuno alla guida. Oggi ci dibattiamo tra le morse dell'ennesimo baratro societario, un baratro voluto, pare evidente anche a un orbo. Oggi siamo a fare le collette, commoventi, per far giocare questi ragazzi che hanno un cuore e una dignità e un sorriso che ti arrivano dentro. Ti stordiscono. Ti conquistano. E del resto, non fosse così non ci sarebbero 500 persone al confine con la Francia. Stavolta sul divano di casa restano in pochi. I soliti, più qualcuno impossibilitato. Stavolta la parola d'ordine è esserci. E quando inizia a piovere, come quel 25 maggio del 1905, dopo tanta tensione, dopo aver visto Falcone versione superman, capiamo che ce la possiamo fare. E' una pioggia liberatoria. Lo sentiamo dentro, anche se l’ansia continua a cingere il suo assedio. A stroncarla ci pensa l'urlo sovrumano di quei 500 pazzi. Un misto di disperazione e amore che squarcia l'aria. Un boato. Un ruggito. Di chi non vuol morire. Di chi sente uno spareggio play out come la partita della vita. Di chi ha sulle spalle anni e anni di sacrifici e bocconi amari. Di chi, ancora piccolo, si è avvicinato nonostante il calcio miliardiario televisivo e ha ancora tanto da dire. A partire dalla prossima sfida. Non è possibile fermarsi: chi si ferma è perduto. E i rossoneri devono continuare la loro pazza, meravigliosa avventura. 


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