Detto tra noi

Alessandro uno di noi

martedì, 24 dicembre 2019, 07:58

di fabrizio vincenti

"Come va la Lucchese? Ci si fa farà a rialzare la testa?": parole ripetute ogni volta o quasi che ci mettevamo su quella scomoda, maledetta poltrona. Una fobia o quasi, quella della poltrona del dentista, che Alessandro riusciva sempre, con un sorriso, una battuta, uno sguardo, a far evaporare o almeno a contenere. Lo guardavi e avevi subito la certezza di essere nella mani giuste, pur avendo una fifa da matti, pur dovendo fare i conti con la paura, chissà forse ancestrale, dell'estrazione, del trapano, del dolore. Una battuta, e via. Sotto con l'ennesima occhiata, pulitura, cura, estrazione. Una paura che, alla fine, contenevamo con l'unica medicina che non scade mai: la fiducia nell'altro, l'affidarsi all'altro perché sai che l'altro ti vuole bene e è un professionista. Che farà tutto il meglio che si potrà fare. Che farà tutto come se lo stesse facendo su se stesso. Con un sorriso, con una battuta. Con la Lucchese e l'Inter, l'altra sua croce calcistica, sullo sfondo. Gioie (poche) e dolori (tanti).

Forse anche per questo, come altri, purtroppo, aveva perso l'abitudine di andare allo stadio, ma non quello di riservare alla Lucchese l'attenzione che si riserva alle cose importanti. Che magari si guardano con un pizzico di distacco, da distanza di sicurezza, ma che non si possono mai dimenticare. Al Porta Elisa andava a strappi come a strappi è stata la storia rossonera degli ultimi anni. Faceva fatica a mancare per i derby, lui che si divideva il lavoro proprio tra Lucca e Pisa, sperando di poter sfottere i clienti al di là del Foro. 

Alessandro medico, Alessandro amico pronto sempre a esserci se c'era bisogno, Alessandro compagno di viaggio in grado di dimenticarsi il biglietto aereo e la carta di identità, di cene, con lui cuoco bravo come pochi, di burle, di scampagnate, di zingarate per mezza Europa, compresa una sfortunata finale europea degli Azzurri a Kiev. Una botta tremenda, un quattro a zero con la Spagna che ci sembrò intollerabile. Noi muti a covare veleno, lui a sorridere, a parlare con gli spagnoli e fargli i complimenti con tanto di dono di una mantellina azzurra che aveva portato con sé. 

Dovevamo vederci questa settimana, per la solita cena, tutti insieme. I soliti sei. Lo aspettavamo dopo esserci visti per una serata magica a Roma, ai primi dicembre, insieme a una delle sue due splendide bimbe: da interista si era venuto a godere il successo della Lazio con la Juventus, in campionato. Aveva già detto di sì, come diceva sempre di sì. "Sentiamoci quando rientro dal Marocco per una viaggio a favore dei bambini della zona, facciamo tra Natale a Capodanno, grazie Fabri". Diceva sempre di sì. Con il sorriso di chi è troppo sensibile per non conoscere la sofferenza. Non ha potuto dire di no nemmeno all'ultimo viaggio. Non c'è Natale. Non c'è Capodanno. C'è solo un dolore immenso. Temperato dalla certezza che Alessandro ha vissuto per davvero ogni istante della sua vita ancora giovane. E averlo conosciuto, averlo avuto al fianco, tenerlo dentro la nostra anima, è il più grande degli onori. E ora dei dolori. Dobbiamo pensare al suo sorriso per provare a trovare un po' di pace. Fa caldo fuori, in questo anomalo dicembre, fa tremendamente freddo dentro. 


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