Detto tra noi

Dedicato a chi vive di Lucchese

lunedì, 2 dicembre 2019, 11:30

di fabrizio vincenti

Piove a dirotto a Caronno Pertusella, a due passi da Saronno. Qui è tutto grigio. Dalle fabbriche alle strade. Piove e c'è ancora da attendere parecchio nel piazzale del piccolo impianto della squadra in testa al campionato. Accanto alla biglietteria, la locandina della partita. La tentazione è di fotografarla, giusto per ringraziare ancora una volta tutti coloro che hanno generato l'ennesimo inferno calcistico. Nei pressi, in una pasticceria che serve anche l'impianto, uno dei giornali locali ricorda alla Lucchese, nobile decaduta, che deve stare molto attenta: la Caronnese chiede spazio, vuole volare. 

La Lucchese, invece, è "la nobile decaduta". Che palle questi titoli nobiliari che sanno di sconfitta a vita. Che sanno di un passato che sembra non voler tornare nemmeno per sbaglio. In autostrada, intanto, i tifosi della Spal, si stanno sorseggiando un caffè prima di entrare nella Scala del calcio, a San Siro. Pochi anni fa, pochissimi, il caffè lo dovevano prendere per arrivare al Porta Elisa. Il treno è passato per tutti, salvo che per la Lucchese e i suoi tifosi.

Ne parliamo con uno storico tifoso che, ombrello in mano, esce dalla macchina: "Non posso criticare chi molla, magari non lo dico pubblicamente per difendere la Lucchese, ma non posso criticarli, io sono matto e vabbè, rientro e vado a lavoro, ma è dura, davvero dura, tante amarezze, tante illusioni tutte sistematicamente smontate da una realtà che sembra non volerci regalare soddisfazioni. Possibile che noi non si possa mai vedere la Juventus al Porta Elisa, come del resto hanno avuto modo di fare un po' tutte le nostre rivali? Non chiedo mica tanto, due anni e poi sarà quel che sarà, ma qui falliamo e non godiamo nemmeno". Parole definitive. Parole che sono mattoni. Parole che sono vere. 

Intanto arrivano altri tifosi alla spicciolata, sembrano dei fedeli di una chiesa che non vuole, non può, chiudere i battenti, anche se tutto sembra crollare intorno. Arrivano anche i ragazzi della Ovest. Iniziano a cantare. Li sostiene la goliardia. Diluvia. La Lucchese sembra stia per recitare il solito copione tante volte visto: partita in cui ti gira storto, rimpianti, rammarichi, occasioni buttate. Poi, in pochi minuti, quando tutto sembra perduto, e si deve fare i conti con il raddoppio dei padroni di casa, un fulmine. La speranza. La voglia di non mollare. Gli urli di Monaco dalla panchina, mille volte ripreso dal guardalinee. Scorre il tempo. Meglio non guardarlo. Finirà come al solito, con una sconfitta del cazzo, ma onorevole. Di misura, si dice. E destinata a acuire i rimpianti per una espulsione idiota, assolutamente gratuita. Già pensiamo ai titoli, ai commenti. Ecco un lampo. Una corsa. La panchina che esplode. I tifosi che sembrano impazziti. Chi ha fatto gol? Ce lo dice il dottor Tambellini. Non ci abbiamo capito nulla.

C'è il recupero. Teniamolo, questo pareggio, teniamolo. Certo che i lombardi sembrano cotti. Sì, vabbè: va bene così. Non sfidiamo il destino. Un punto is meglio che zero. Proviamo a organizzare le idee per il nuovo titolo. Testa bassa sul computer portatile. Un boato che rompe la pioggia. No. Impossibile. No. Non può essere. No. Ci sono delle maglie rossonere impazzite che si aggrappano alla rete. No. La palla è in rete. E' in rete. E' in rete. E' finita. Si sentono benissimo i tre fischi dell'arbitro. Chi ha segnato? Ma che importa. Ah, Falomi. Ma quella palla l'hanno spinta dentro tutti coloro che non hanno mollato. Che hanno ingollato fiele per anni. Che ancora sperano. Che ancora si fanno oltre 600 chilometri, ombrello in bagagliaio, per inseguire un sogno. Questa è la loro vittoria. Che sa, ancora una volta, di speranza. Quella che non abbandona mai un disperato amore. 


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