Detto tra noi

Dateci un giorno da leoni, i cento anni da pecore li abbiamo quasi tutti già vissuti

venerdì, 21 agosto 2020, 16:29

di fabrizio vincenti

Treviso. Chievo. Novara. Reggiana. Modena. Spal. Sassuolo. Carpi. Ancona. Pisa. Siena. Livorno. Empoli. Frosinone. Benevento. Crotone. Ora Spezia. Per tralasciare i nomi di formazioni più blasonate ma che hanno avuto tante volte l'occasione di incrociare gli scarpini contro i giocatori della Lucchese. Con la promozione dello Spezia in serie A, peraltro in odore da anni, si allunga l'elenco delle formazioni tante volte rivali dei rossoneri che hanno guadagnato negli ultimi 30 anni la massima serie. Chi per brevi e effimeri momenti di gloria, chi ormai, come il Sassuolo o il Chievo, guadagnando stabilmente il palcoscenico maggiore. Chiaro che tutto questo non fa che aumentare l'amarezza dei tifosi rossoneri, non tanto o non solo per ragioni legate alle rivalità, quanto, piuttosto, perché ogni anno, da Nord a Sud, si certifica che sognare non è impossibile. Tutt'altro. 

Il caso ultimo dello Spezia ne è una conferma. Fallito nel 2008, lo stesso anno del primo crac rossonero, è riuscito a risollevarsi dalla Serie D  e arrivare in breve tempo in Serie B, quest'anno era l'ottavo campionato di fila, grazie a una proprietà stabile e forte. La Lucchese, nel frattempo, ha collezionato altri due fallimenti (e uno mancato di un soffio), è sprofondata un'altra volta in Serie D e una in Eccellenza. Soddisfazioni, se leviamo un paio di rari momenti da groppo alla gola, zero. Ma lo stesso discorso dei liguri potrebbe dirsi per quasi tutte le realtà citate avanti. Chi con alla guida dirigenze avvedute e finanziariamente dotate, chi con avventurieri, al punto di precipitare poi più volte negli inferi, hanno tutte avuto il loro momento di gloria. Quello da raccontare ai figli o ai tifosi più giovani, quello che ti rende orgoglioso di avere una memoria calcistica, di avere la forza di ingollare anche i momenti bui, in attesa di rivivere l'estasi dietro a un pallone. Perché, per la miseria, la ruota dovrà pure girare. A Lucca, no. A Lucca, quasi come una metafora della mediocrità, ammantata da falsa modestia, che soffoca la città, non è dato sognare. Nemmeno in queste epoca in cui, grazie ai proventi delle televisioni, anche le squadre proletarie di provincia possono finire, magari per poco, in paradiso. Umiliazioni su umiliazioni. Campionati vinti per poi risprofondare nell'anonimato totale. Programmi di minima spacciati come il massimo che l'esistenza possa regalare. 

Personalmente abbiamo rinunciato a vedere da vivi la Lucchese in Serie A. Ma vorremmo tanto ricrederci. Che sia grazie allo stadio nuovo, oppure grazie a una gestione particolarmente avveduta o ancora perché in società finiscano imprenditori con una certa dotazione economica e un progetto per puntare al massimo. Qualunque soluzione è ben accetta. Comprese le conseguenze, ovvero una ridiscesa negli inferi. Ma almeno potremo dire: "io c'ero, io ho visto i campioni d'Italia al Porta Elisa, io ho ancora i brividi a pensare a quel pomeriggio in cui...". Dateci un giorno da leoni, i cento anni da pecora a Lucca li abbiamo già quasi trascorsi. Maestrelli e l'epopea della Serie B non bastano più. E dopo sia quel sia. Ma senza i sogni non si vive, al massimo si sopravvive. 


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