Detto tra noi

I migliori anni della nostra vita

giovedì, 10 dicembre 2020, 14:19

di fabrizio vincenti

L'avvolgibile di cucina tirato giù sino in fondo, per non far entrare il caldo torrido di luglio, ma soprattutto per evitare riverberi di luce sulla tv a colori, un Nordmende arrivato per il Mondiale precedente, quello di Argentina. Due sole fessure, anzi tre. "Erano tre anche con l'Argentina", chiosa Andrea, con Claudio che conferma. Tutti ai posti di combattimento, perché è una battaglia e noi sedicenni con tante speranze la volevamo combattere. Accanto a loro. Accanto a Zoff e Scirea, a Tardelli e Conti. Accanto a quello che ci sembrava il patriarca che tutti avremmo voluto accanto come guida anche nella vita, il Vecio, Enzo Bearzot. Tutti al nostro posto di combattimento, papà compreso, come sempre apparentemente indifferente, ma che dentro ribolliva tra una sigaretta e l'altra. Tutti al solito posto. Meticolosamente. Religiosamente. Perché con i riti non si scherza. Tutti con i propri tic, roba da psicanalisi direbbe qualcuno, e di cui andiamo fieri. Davanti, coloro che da sempre si professano gli dei del calcio. Il Brasile di Zico, Falcao, Socrates. Una squadra dove Junior – uno che con i piedi faceva quello che voleva – doveva retrocedere sulla linea dei terzini per trovare spazio. Ci sono tutti. Manca il figliol prodigo. Manca il centravanti. Quello su cui Bearzot continua ostinatamente a scommettere. Nemmeno la vittoria con l'Argentina è servita a rilanciarlo: ha avuto l'occasione, ma non l'ha buttata dentro. Qualche segnale di risveglio, per carità, ma gol nemmeno a parlarne. 

A Barcellona fa caldo come in tutte le case degli italiani, vittime predistinate degli dei del calcio a cui basta un pari per arrivare in semifinale. Nemmeno il tempo di pensare che l'incantesimo si rompe: Paolo Rossi, un fisico gracile e un piedino di velluto, trova il gol di testa. Spezza l'equilibrio. Ci illude tutti. Manca tanto. Manca troppo. E quando una manciata di minuti dopo arriva il pari di Socrates la storia del più forte sembra scritta. Un copione andato in scena mille e mille volte. Macché. Non stavolta. C'è lui, il soldatino del Vecio, a incunearsi tra le linee e sfruttare un errore difensivo. Per Valdir Peres non c'è scampo: è ancora questo centravanti con mille problemi fisici e una macchia che hanno tentato di cucirgli addosso a sparigliare le carte. Ma è lunga. Lunghissima. E sembra l'assalto a Fort Apache, un assalto di chi, dall'alto della sua presunzione, pensa, crede, è certo debba vincere. Ma c'è Zoff e la sua saggezza contadina. C'è Gentile che ringhia. C'è la calma e l'eleganza soprannaturali di Scirea. C'è Antognoni che tratteggia traiettorie da brasiliano. C'è Graziani che corre. C'è Conti che vola sulla fascia. C'è Bergomi che con quei baffoni sembra abbia molto di più dei suoi 18 anni. L'Italia, come sempre nella sua storia, trova risorse che sembrano inimmaginabili, barcolla, ma resta in piedi come i grandi incassatori.

Ci pensa Falcao a riportarci a terra, a spezzare nuovamente i sogni.  Mancano 17 minuti alla fine, la torcida brasiliana tira un sospiro di sollievo: i diritti dei predestinati sono finalmente riconosciuti, gli dei del pallone si riprendono il destino. Serve un miracolo. Serve la forza operaia di chi sa che si gioca tutto, che quello che avrà sarà solo per il sudore della propria fronte. E' il 34°: calcio d'angolo, batte Conti, palla dentro: Tardelli prova il tiro al volo, ne esce una mezza ciabattata che finisce nell'area piccola. Spunta un piede. E' gol! E' gol! E' gol! Chi ha segnato? Chi ha segnato? Dio Mio, è ancora lui! E' Rossi! E' il numero 20! Corre a braccia levate! Dio Mio, è bellissimo! Quanto manca? Tutti si risiedono al loro posto. Il tempo si ferma. Potendo, si smetterebbe di respirare. I brasiliani – come feriti ma non ancora uccisi – si riversano in area urlando tutta la loro stizzosa rabbia. Antognoni, in realtà, gli molla il colpo di grazia, ma l'arbitro annulla per un fuorigioco inesistente. Al bar sotto casa – uno dei pochi all'epoca aperti anche tutta la notte dove si dava appuntamento ogni tipo di umanità, in una Lucca, in una Italia vive e vere – scoppia il delirio. Non si accorgono che è stato annullato. "Ma fateli segnare questi buffoni", commenta un aspirante Ugo Fantozzi, non rendendosi conto che il risultato è ancora drammaticamente in bilico. Se ne accorge quando Zoff salva sulla linea di porta un colpo di testa. A una manciata di secondi dalla fine. E a momenti sviene. E' finita! E' finita! E' vittoria! E' vittoria!

Ci si riversa in città, come dovunque. E' festa vera, è festa di popolo, è festa di tutti. Non ci sono poveri e ricchi, altolocati che se la tirano e operai a un tanto (poco) al mese. Non ci sono fascisti e comunisti. E nemmeno democristiani. C'è un popolo intero in festa come forse mai dai tempi della conquista dell'Etiopia. Un tizio di mezza età si fa avanti barcollante e abbraccia papà. Descrive movimenti da samba, praticamente fulminato. "E' un medico, un primario, uno dei più seriosi che conosco, ti saluta dall'alto verso il basso a cose normali: roba da pazzi", commenta ridendo papà, mentre si prova a immagazzinare ogni fotogramma, ogni istante. Perché è chiaro che è stata scritta una piccola pagina di Storia. Accanto a essa ne arriveranno altre due: Polonia e Germania. E a regalare il sogno sarà ancora lui, Pablito Rossi, l'hombre del partido a braccia sollevate, festeggiato dai compagni, sulle pagine di tutti i giornali del mondo. E noi impazziti e fieri. Fieri di essere italiani. Fieri di un gruppo di ragazzi con alla guida un personaggio di altri tempi che ci fa toccare il paradiso. Fieri di quel francobollo, che da qualche parte abbiamo ancora, che le Poste dedicano alla vittoria con le manone di Zoff sulla coppa più ambita al mondo. Che è nostra. Finalmente tornata nostra. 

Talmente nostra che, al rientro a scuola, in autunno, l'insegnante di italiano propone il tema: "Questo 1982 lo vorresti rivevere così come è stato o preferiresti il fascino di un anno nuovo, tutto da scrivere?". Non ci pensiamo un attimo: rifaremmo tutto senza salti nel buio, come si rivede un film che ti ha rapito per sempre. L'annata ci ha regalato un'operazione di appendicite, l'ennesima guerra persa (quella degli argentini alle Malvinas contro gli inglesi), le gioie e i pensieri di un'adolescenza in fiore. Ma soprattutto ci ha regalato il più bel sogno. Che passa da una formazione che ancora ricordiamo a memoria come nessun altra, pur avendo visto di persona i Mondiali del 2006 e dunque l'altro trionfo su Germania e Francia e dove a Casa Italia abbiamo avuto il piacere finalmente di vedere dal vivo Rossi. Un po' seccato per l'ennesimo scatto fotografico, lui che ha ne ha dovuti fare milioni, perché a quei livelli il tuo corpo, il tuo nome non ti appartengono più. Sono deposti sull'altare del mito. Con le conseguenze del caso. Già, il mito. Quello lo portiamo con noi. Per sempre. Insieme a quegli attimi che non ci abbandonano. Hai fatto piangere i brasiliani, ora tocca a noi. E sono lacrime dolci e amare, dal sapore di una nostalgia inesauribile. 


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