Rubriche : oltre le mura

Chi semina odio, raccoglie tempesta

lunedì, 22 ottobre 2012, 13:45

di fabrizio vincenti

I tifosi rossoneri ci perdoneranno, ma, oggi, accantoniamo le vicende della formazione di mister Innocenti - che ha perso, pur non giocando peggio di altre volte in trasferta, ma il calcio, si sa, vive di episodi - per parlare di quanto è avvenuto a Livorno sabato scorso. I fatti sono noti. Una ventina, forse più?, di supporter veronesi si sono abbandonati allo sciacallaggio della memoria insultando un morto, nella circostanza il giovane Piermario Morosini, giocatore labronico deceduto drammaticamente sul campo di Pescara durante lo scorso campionato.

La vita di Morosini è stata un dramma che stringe il cuore anche ad una pietra, la sua fine ha commosso tutta Italia, che, come al solito, si scorda di celebrare dal vivo i suoi figli migliori, salvo poi, con una quantità di retorica impressionante, farne dei santi da morti. Anche con il povero Morosini è successo così: eppure lui, come esempio da seguire, sarebbe stato da ospitare ogni settimana in una scuola diversa, per infondere a ragazzi sempre più imbambolati da ipad e pasticche e con gli occhi vuoti di speranze e sogni come si deve vivere, come nella lotta ci sia l'unica chiave per affrontare questo nostro passaggio, breve, sulla terra. 

I tifosi veronesi, o, meglio, quelle poche decine di essi, tanto è vero che lo stesso coro bestiale su Morosini è stato appena percepito, hanno dato la peggiore prova di miseria umana. Sono dei poveri mentecatti. Gente che fa solo pena. Detto questo, c'è un però. Condensabile in un antico adagio: chi semina vento raccoglie tempesta. E i tifosi livornesi, con in testa il capitano della squadra, che ha chiesto di radiare il Verona, hanno poco da fare le vittime.

La curva labronica ha fatto e detto di tutto in questi anni: dai ripetuti insulti ai morti nelle foibe, a proposito, anche sabato scorso il caldo pubblico della curva amaranto ha suggerito di far fare la stessa fine degli infoibati istriani (10 mila trucidati) ai tifosi dell'Hellas, ai fischi e agli insulti nei minuti di silenzio per i militari morti in Afghanistan, per non dimenticare lo stesso trattamento riservato ai carabinieri uccisi in Iraq. Tutto perseguibile penalmente, cosa che non sappiamo se e in che misura sia stata fatta. 

Senza naturalmente dimenticare gli striscioni per Stalin, le coreografie con la falce e martello, i pugni chiusi ben guidati in questo da capitan Lucarelli, quello del... rinuncio ai mlioni di euro per il Livorno salvo, dopo, andarseli a prendere nell'ex Urss, ormai, purtroppo per lui, non più comunista. La storia di quella curva è una storia di odio verso tutto quello che non è di tradizione comunista e verso i "nemici", calcistici o politici che siano. 

Chi scrive, anni fa, si recò a Livorno per assistere alla prima amichevole della Nazionale campione del mondo contro la Croazia, immaginandosi un'accoglienza trionfale per gli azzurri nuovamente sulla vetta del mondo calcistico. Sulla panchina faceva il suo esordio Roberto Donadoni, ex tecnico del Livorno, a cui la Figc, con scelta molto ruffiana, concesse l'esordio nel suo ex stadio. Fu una serata allucinante: una freddezza, quasi un astio latente, di quasi tutto lo stadio verso gli azzurri, a dir poco imbarazzante, tricolori con bandiere rosse (l'unico tricolore che conosciamo, recitava uno striscione), nessuno o quasi che cantò l'inno d'Italia, zero incitamento, stadio militarizzato per paura di contatti con i tifosi di fuori Livorno, ai quali, peraltro, fu di fatto impedito l'accesso visto che i biglietti non vennero messi in vendita fuori dalla Toscana per motivi di ordine pubblico. Una vergogna. Anzi, un vomito. Sulla quale, guarda caso, non fu spesa nessuna parola. 

Ecco perché la campagna di odio che sta montando, grazie anche alla solita stampa prona e unilaterale, contro il Verona e i suoi tifosi ci lascia molto perplessi. Ci pare il solito teatrino in cui ognuno gioca la sua parte: gli addetti ai lavori si stracciano le vesti, non accorgendosi, macché: lo sanno benissimo, che c'è una carica di odio latente sin sui campi di periferia e il rispetto per gli avversari è zero o quasi; la polizia mette in piedi una task force che nemmeno per il mostro di Firenze o per le Br sono state ideate, con lo studio, labiale per labiale, di tutto quello che è stato detto nel settore ospiti; una certa stampa soffia sul caso sino al prossimo titolo e alla prossima scomunica, interpellando opinion makers, sociologi e chi più ne ha più ne metta. Serve un nemico, serve un reietto. Meglio ancora se fascista o se lo scimmiotta vagamente. Tutto già visto, tutto molto triste. Ancora una volta permetteci di dire che, di questa brutta storia, l'unica cosa incommensurabilmente bella è il sorriso (e la testimonianza di vita) di Morosini. 10, 100, 1000, 10000 Morosini tra i giovani di questa disperata e incattivita Italia.

 

 



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