Rubriche : romanzo rossonero
lunedì, 23 marzo 2020, 13:21
di simone pellico
Il virus ha portato l’estate. Le sue pause, le sue assenze. I suoi vuoti, i suoi silenzi. Le sue ombre che tagliano le strade. Le strade deserte, le saracinesche abbassate. Sembra una domenica d’agosto. Rare sagome camminano lungo i muri delle case, come ombre sulle quinte di scena. Finito il muro scompaiono anche loro, trasformate in un giornale tirato per strada, o in un gabbiano che segue il taglio del fiume. Il silenzio, è rotto solo dal vento che sbatte le bandiere che si salutano attaccate ai balconi e alle finestre. Il sole che ti scruta a mezz’altezza. Una domenica senza calcio, il campionato fermo. Chissà se la bandiera allo stadio sta ancora sventolando, o si è presa una pausa perché nessuno la guarda.
Sembra una di quelle domeniche lì, dove tutti sono andati via tranne te. Un passeggero che ha perso il treno per le vacanze. Forse più simile ad un bagaglio dimenticato alla stazione. Spettatore della pausa dello spettacolo, quel momento non previsto all’interno dello show. Dovresti essere fuori a fumare una sigaretta, o in bagno, o al bar. O al telefono. Invece sei rimasto seduto a guardare. Un tecnico delle luci ti vede e scappa via come un gatto. Come se avessi visto il trucco della magia.
Non spuntano nemmeno anziani alla finestra. Quei bioccoli bianchi zebrati dalle persiane. Sanno che non c’è niente da vedere, che è meglio il televisore. La città ha aperto la sua diga e lasciato defluire le acque, scoprendo le gambe dentro a una tinozza. Come fra un primo e un secondo tempo di una partita che però non si è giocata.
Il calendario, imperturbabile, ricorda che è marzo. Che al sole fuori dalla finestra manca il destro di quello estivo. Piano piano si sentono i rumori riaffiorare dalle case, come delle maschere parlanti. Un televisore, un bambino. Persone che parlano. Un litigio. Un tosaerba. Una canzone cantata da un balcone, e l’eco sui terrazzi di fronte. Una macchina in lontananza che si muove per “comprovate esigenze lavorative; situazioni di necessità, motivi di salute; rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”.
I muri non sono asciutti dalla calce agostana, ma grondano qualcosa. Pompano come cuori. Gli alveari urbani non sono vuoti, anche se sembra un paesaggio di statue di cera. E’ una domenica nell’epoca della pandemia, dove tutti restano impigliati nella tela invisibile di un ragno. Come un gioco di bambini, nessuno si muove per un lungo secondo quando la vita si gira a guardarlo. Poi si riparte, si ripartirà, ma non tutti. Queste sabbie mobili si stanno inghiottendo tante persone che finiranno nelle statistiche. Numeri, come quelli dei tagli alla sanità che costringono a farsi il segno della croce, al paziente quanto ai sanitari.
A chi se ne va, corpo nella terra ma spirito nell’aria, va il saluto delle bandiere per le strade. Una coreografia da mondiale o da ricorrenza importante. Un segno che, nonostante le mille sirene, Ulisse sa di avere una casa, una patria, un focolare di spiriti antichi e familiari. L’ultimo saluto è quello allora della torre del Porta Elisa, la bandiera più alta di Lucca. Un braccio alzato che squarcia la tela del ragno. Perché quella bandiera continua a sventolare, anche se sembra che nessuno la guardi.
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