Rubriche : romanzo rossonero
martedì, 13 aprile 2021, 16:05
di emanuela lo guzzo
Nella prima domenica dopo Pasqua, quella che per i cristiani è la domenica in albis o la festa della misericordia, a Lucca ogni anno si celebra la festa della libertà dal dominio pisano. Sono passati 652 anni da quella domenica 8 aprile del 1369 in cui l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo emise il proclama con cui Lucca riacquistò l’indipendenza e la libertà politica dal giogo di Pisa. Quello fu l’inizio della storia della Repubblica di Lucca, di quel “tempo della libertà”, come è scritto nelle carte pubbliche, che durò secoli. La parola Libertas sullo stemma della città ha origine proprio da quel momento. Libertas, come il cognome della Lucchese che ogni tanto, sotto questa o quella gestione, dimentica le sue origini e si perde fuori dallo stadio Porta Elisa e pure fuori dalle Mura, in quel loop di discorsi vuoti e inutili come il tempo perso nel traffico insopportabile della circonvallazione all’ora di punta. Nel giorno dell’anniversario della libertà da Pisa, la Lucchese rimane prigioniera di se stessa, non oppone quasi resistenza al Livorno dando continuità al pessimo campionato svolto e all’abitudine consolidata di chiudere le partite senza fare un tiro in porta. Dalle finali alla fiammella passando per i risultati condizionati dagli episodi e per il progetto stadio. Questo il ritornello del tormentone quattro stagioni che ha caratterizzato il campionato della Lucchese, uno dei più disastrosi e deludenti di sempre. E se la retrocessione non è ancora matematica, la sensazione è che sia solo questione di tempo. Poco ormai, purtroppo o per fortuna. Non c’è dubbio che i rossoneri se la stiano guadagnando sul campo questa retrocessione, domenica dopo domenica, con una puntualità e un’indolenza diventate un qualcosa di intollerabile, più di qualsiasi sconfitta. L’atteggiamento apatico e remissivo della maggior parte dei protagonisti di questa stagione non lascia viva nessuna speranza se non quella che l’agonia termini al più presto. L’amarezza è profonda e non tanto per il fallimento sportivo, perché la sconfitta fa parte dello sport, ma perché a fare male, malissimo, è perdere perdendo la faccia. Senza dignità, senza idee, senza rispetto per la fede della gente. Senza aver tentato, se non solo a parole, di curare i mali della Pantera. Senza aver provato a dare la scossa, a cambiare il passo, a rompere la distruttiva routine se non a tre giornate dal termine con l’esonero del tecnico che aveva già da tempo dimostrato di non possedere più le chiavi né del campo né dello spogliatoio. Senza aver più dato spazio a giocatori come De Vito, tanto per citarne uno, che, al di la’ di qualche occasionale errore di gioco, ha sempre lottato al massimo per la maglia rossonera e che avrebbe sicuramente fatto valere in campo il proprio attaccamento e la propria professionalità. Senza l’umiltà di comprendere che la contestazione dell’ambiente è lecita e non è una questione personale. La condizione di società finanziariamente virtuosa - sebbene a Lucca sembri cosa eclatante visti i recenti trascorsi – è il presupposto minimo per una società che voglia fare calcio in modo serio e che intenda far parte dell’industria calcistica in maniera trasparente e lineare. Elevarsi rispetto al passato non renderà migliore il presente e soprattutto non servirà a evitare alla Pantera l’inglorioso ritorno in serie D.
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